Sono tutte favole quelle che ci raccontano?

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In molti l’avrebbero definita un animaletto schivo.
Nessuna storia degna di nota.
Un paio di amici, due di numero.
Le piaceva ascoltare gli altri, forse perché era appassionata di storie, soprattutto quelle vere. Ma nonostante questo, se ne teneva a distanza. Entrava nella vita degli altri giusto il tempo per dare un’occhiata e poi di filato ne riusciva, prima che la porta potesse chiudersi alle sue spalle.
Come ho detto, un animaletto schivo.
Non rientrava nei canoni classici di bellezza e lei di certo non si apprezzava esteticamente, ma era un tipo. Di quelli che in qualche modo ti incuriosiscono. Una di quelle ragazze che incroci lungo la strada e non ci fai caso. Le dai un’occhiata distratta da lontano e subito l’archivi tornando con la mente a dove eri rimasto, ma quando ti passava accanto, la coda del tuo occhio ne veniva catturata e di colpo, potevi ritrovarti a fissare stranito la curva vuota di una strada, dove lei aveva appena svoltato.

Adorava le storie d’amore. Non so se per compensare il suo bisogno spasmodico d’affetto o per nutrire il suo lato romantico, probabilmente entrambi.
Appassionata di film e serie tv, auto convincendosi episodio dopo episodio, che un lieto fine esiste e che l’amore prima o poi avrebbe bussato alla sua porta.
Ne fu convinta per diversi anni ma non vedendo concretizzarsi neanche una briciola delle sue speranze, presto si ritrovò a guardarli solo per svago.
Chi mai avrebbe potuto amare una bestia?” ecco cosa pensava.
Il vero problema era che non poteva rispecchiarsi né in Belle né in Bestia perché non era abbastanza attraente come la prima né abbastanza orribile come l’altra. Possedeva una grande passione per la lettura è vero, le storie romantiche, il fantasy, ma preferiva rimanere chiusa nel suo Castello assieme ai suoi libri, che girare per il paese a fare spesa e parlare di cose superflue con sconosciuti impiccioni. Un vero rompicapo.
Le erano mancate tante cose nella vita, e tante cose brutte le erano state dette, successe. Così una parte di lei aveva inevitabilmente finito per crederci.
Certe volte, le sembrava di vivere con la matrigna di Cenerentola che non faceva che ribadire quanto i suoi difetti fossero incolmabili e le sue possibilità di trovare una persona che l’ami così com’era, fossero improbabili. Come Mulan avrebbe voluto rendere fieri di sé i genitori, per le sue qualità di disegnatrice, scrittrice occasionale o anche solo a livello umano, ma a quanto pare non le riusciva un granché bene.
E nonostante ci fossero state occasioni per dimostrare il suo valore, anche quando lo realizzava, non le veniva riconosciuto e fu così che si arrese. Alzò bandiera bianca e una parte di sé, la Bestia, andò a nascondersi nell’ala Nord, la più fredda e isolata del Castello.
Spesso si ritrovava a pensare che le favole non fossero così strampalate e improbabili come volevano dare a vedere. Lei riusciva a identificarsi un po’ in tutte, togliendo il lato magico e il lieto fine, non le era certo difficile e la divertiva pensare che se fosse mai riuscita a scrivere la storia sulla sua vita, la Disney non avrebbe perso tempo a farle la corte, affinché cedesse i diritti per la produzione di un nuovo film.
La sua consolazione più grande, come per la Sirenetta in fondo, era di poter contare sui suoi amici, pochi ma buoni. Loro la facevano sentire speciale, quel tanto che bastava per essere felice. E non è questo importante?
Erano gli unici a cercare di tenere caldi i carboni poco ardenti delle sue speranze, quei carboni che una volta bruciavano di un bellissimo fuoco intenso.
E quando era giù, la rassicuravano e coccolavano con frasi che seppur sembrassero di circostanza, le classiche frasi che trovi scritte all’interno di baci fatti di cioccolata, erano tanto semplici quanto vere.
Ancora non lo sapeva: “L’amore arriva quando meno te lo aspetti”.
Lei rideva, era scettica, ma quelle braci quasi spente al suono di quelle parole, non potevano non lanciare rosse scintille.

Erano stati anni difficili gli ultimi appena trascorsi. Aveva perso una persona importantissima, forse due. Il nonno se n’era andato divorato da un lupo ben peggiore di quello della cara Cappuccetto Rosso e nessun cacciatore per quanto abile era riuscito a salvarlo.
Con la madre i rapporti non erano mai stati dei più stretti ed affiatati e come vi avevo accennato seppur non fosse una vera matrigna, la parte le riusciva naturale il più delle volte. Ora erano davvero solo loro due in quella grande casa, in cui al momento sembravano essere rimasti solo i più tristi ricordi. Grazie ad una piccola fortuna lasciatagli in eredità, la stessa che aveva creato della gelosia nella sua piccola famiglia, lei riuscì a partire. Fuggire da quella realtà di cui non riusciva più a cogliere i confini, un po’ come succede nei sogni, o meglio negli incubi.
Chissà perché la maggior parte delle persone non guarda mai a quello che ha, ma solo a quello che gli manca. Esseri scontenti, invidiosi che non si rendono conto che non curando le cose che hanno, finiranno per perderle. La verità è che la vita è una e nessuno può dire il contrario, per lo meno se si parla di vita terrena visto che sull’altra, se c’è, non voglio certo pronunciarmi. Si vive inseguendo cose superflue credute importanti, tralasciando quelle che davvero lo sono, forse perché è più facile, perché siamo pigri, non saprei.
Coi pensieri confusi, una grande solitudine nel cuore e nell’anima, viaggiò.
Lo fece in modo quasi disperato, come un leone che caduto in un burrone, pianta ferocemente le unghie sulle rocce, cercando di risalirlo. Un po’ come Mufasa.
Il sordo timore che arrivando in cima ad attenderla ci fossero solo le unghie di Scar, pronte ad artigliarle la carne per ributtarla nuovamente in quel profondo abisso:
Lunga vita al Re”.
Con le sue paure come bagaglio a mano, e poche speranze imbarcate nella stiva di un enorme aereo intercontinentale, viaggiò verso una terra lontana, dove si dice nasca il sole e gli occhi hanno la forma gustosa delle mandorle.
Furono tre mesi intensi, in cui non fece che lavorare su se stessa, sulle sue paure, sui suoi sogni. Tante esperienze, tante persone nuove, ed ognuna di esse fu importante a suo modo. Eppure la fuga non servì a tenere lontana la solitudine, perché quella nonostante tu ci stia attento è inutile, si intrufola.
Come una goccia, cade e ricade costantemente nello stesso punto, non si stanca.
Non lo fa mai.
Per questo tornò a casa, perché a certi demoni non puoi sfuggire, devi solo trovare delle buone armi con cui combatterli.
In casa c’era sempre un vuoto enorme e il fatto di non avere una vera e propria famiglia la dilaniava profondamente. Abbandonata dal padre alla nascita, una madre che non si sentiva il ruolo, il dolore della perdita, l’odio verso se stessa, il suo aspetto.
Toccò il fondo. I due anni che seguirono furono un inferno.
L’unica persona da cui avrebbe voluto conforto, non la considerava e questo la portò alla deriva. Oscillava tra incubi e deliri. Era una lotta con se stessa e gli amici non potevano darle una mano, per quanto vi provassero.
Poi arrivò. Chiamatelo come volete, spirito di sopravvivenza? Lei si alzò, da quel letto, da quella vita.
Non fu semplice, ma iniziò a combattere con tutte le armi che aveva a disposizione. Combatteva, cadeva in ginocchio e si rialzava. Ogni volta più stanca di prima, ma l’importante era la continuità, sapere che lo stava facendo per se stessa, per nessun’altro. E sebbene ancora oggi stia combattendo nuove battaglie, quale vita non ne ha, adesso non cammina più con le ombre ma sotto un sole splendente.
E se ogni tanto passeranno delle nubi, sa che basterà aspettare che passino, perché a parte l’amore, quello vero, nulla dura per sempre e se la felicità è strutturata su fasi alterne e ondulatorie così lo è anche la tristezza.

Finalmente un nuovo anno aveva avuto inizio e lei non si sentiva più quell’animaletto schivo e insicuro di un tempo.
Un nuovo lavoro la portò per qualche tempo lontana da casa e fu una vera boccata d’aria fresca che le regalò la vicinanza di una persona che adesso è come una sorella. Arrivò l’estate, la più bella della sua vita, dove diede tutta se stessa, non si risparmiò. Si amò per la prima volta e visse, lo fece per davvero. L’amicizia vera, la musica, un lavoro che l’appagava, era felice. E se anche non aveva l’amore, avrebbe volentieri firmato quel contratto di serenità che l’era caduto finalmente nelle mani dopo anni di tormenti.
Lavorava fuori città e le sue giornate erano meravigliosamente infinite e ricche di sorprese. Grazie al fatto che sua sorella acquisita non solo lavorasse con lei nello stesso negozio, ma abitasse proprio in quella città, rendeva il suo lavoro su turni privo di solitudine. Pranzavano spesso insieme e quasi tutte le sere, si fermava a far serata con la ragazza e altre nuove amiche. Erano notti folli, alcoliche, spensierate. Tutte indimenticabili, mai monotone. Ma in nessuna, nessuna di queste, avrebbe mai pensato che accadesse.
Bussò.
Quante volte l’aveva sognato, quante volte le avevano detto che sarebbe accaduto. Eppure alla soglia dei suoi 27 anni, dopo tanti film, telefilm, favole non lo riconobbe ed era proprio sotto il suo naso.
Era la metà di giugno e in una città poco distante c’era una bellissima festa, una luminara. Le strade, i palazzi erano completamente illuminati a perdita d’occhio, con tantissimi lumi dorati. C’era molta gente, l’aria era tiepida e un leggero venticello solleticava la pelle. Indossava un bel vestito nero, mono spalla, comprato per l’occasione e ai piedi delle ballerine dello stesso colore. Aveva i capelli arricciati raccolti sul capo e sebbene li avesse posizionati di fretta, nello stretto bagno del negozio dove lavorava, sembrava essere uscita dal parrucchiere.
La mancanza della fata turchina non si fece sentire poi così tanto. Peccato solo per le bellissime décolleté di cristallo, ma in fondo non facevano per lei.
La mezzanotte era scoccata da tempo e diversamente dalla fiaba, le danze continuarono, così come i drink, musiche di tutte i generi e persone.
Approdarono davanti ad un nuovo locale, nascosto nei vicoli serpentini del centro e su di giri ridendo e scherzando con dei ragazzi universitari fuori dal pub, bussò.
Lei alzò gli occhi, una voce nuova le stava parlando. Si soffermò sulle sue labbra poi fece salire lo sguardo: due occhi azzurri la stavano fissando. Sembrava molto interessato a quello che stava dicendo, ai suoi viaggi, al suo lavoro.
Era simpatico, carino e la faceva sentire a suo agio. Probabilmente se fosse stata ancora l’animaletto schivo di una volta non sarebbe mai riuscita a parlare così con lui, senza freni, senza imbarazzo. Come Cenerentola lui la invitò a ballare e anche se non fu altrettanto romantico, le note poco classiche non lo consentivano, c’era qualcosa di speciale e si sentì vibrare di un sentimento nuovo che non riusciva a decifrare. Il ragazzo la guardava con interesse eppure lei non l’aveva capito.
Non pensava a nulla, voleva ballare con lui, ridere con lui, parlargli ancora, ma sapeva che mai avrebbe potuto provare troppo interesse per lei e che quella sera sarebbe stata l’unica occasione di stargli accanto.
La Bestia che in lei non ci credeva, e poi l’ultimo petalo di rosa incantata era caduta ormai da tempo. Lei non era una principessa. Si fece tardi, la musica cessò e l’orologio batté altisonante le tre di notte. Lei stava ancora parlando e ridendo col ragazzo. Era ad Agraba e si sentiva come Jasmine appena scesa dal tappeto volante. L’amica nelle vesti di Raja la tigre, premeva per il ritorno a casa visto che l’indomani entrambe avrebbero avuto il turno del mattino.
La ragazza capì che la favola stava per finire e con finta freddezza salutò il ragazzo. Di sicuro non le avrebbe mai chiesto il numero, perché mai avrebbe dovuto farlo.
Sotto un cielo stellato di giugno, in una notte che sembrava magica e ogni cosa possibile lui glielo chiese.
La curva di un sorriso, gli occhi brillavano di una nuova luce. Le braci presero fuoco, avvamparono e se allora le avessero detto che sarebbe stato l’amore della sua vita, non so se vi avrebbe creduto, ma in quell’istante ci sperò con tutta se stessa.
Il ragazzo e la ragazza, appuntamento dopo appuntamento, erano sempre più attratti l’uno dall’altra e fu solo quando lui la baciò per la prima volta, che l’incantesimo si ruppe. Il brutto anatroccolo diventò una bellissima principessa e non per merito della magia ma perché lui la faceva sentire bellissima ogni giorno. La Bestia scomparve, e sebbene ancora oggi abbia le sue paure, paura di questo lieto fine che spera di preservare per sempre, lei ama, lui la ama ed ogni giorno è speciale non perché ha tutto quello che ha sempre desiderato, ma perché finalmente ha trovato quello di cui aveva veramente bisogno: una storia da mille e una notte. Solo per una volta, solo per lei.

Chi ha detto che le favole sono solo favole, che Principi e Principesse non esistono?

Credi.
Amati.
Vivi.

Fine

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Persone reali

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Tutti mi dicono che la vita è un cerchio. Eppure per quanto mi sforzi di guardare cercando di ignorare il mio stesso scetticismo, direi di no. La mia vita assomiglia di più a un triangolo.
Se dovessi dare un nome ai suo angoli sarebbero: speranza, illusione e nulla.
Concetto che possiamo applicare in tutti i suoi campi senza esclusioni, e disporli per l’appunto, su tre angoli: famiglia, amore, lavoro. Proprio un triangolo.
C’è da dire che non tutti possono vantare di avere una vita così.
Non è facile, bisogna essere portati ed avere un atteggiamento, per quanto possibile, positivo ed essere persistenti nei propri obbiettivi. Quindi guardando il bicchiere mezzo pieno, uno dei miei tanti vizi, dovrei ritenermi fortunata. Forse un giorno questa mia caparbietà di sbattere di muso su quegli angoli così appuntiti potrebbe annoiare la ciclica perfidia del mio karma. O almeno lo spero.
Non ho un lavoro stabile, vivo ancora con i miei e no, non ho un ragazzo.
Ogni giorno mi alzo e spero di essere morsa da un ragno chimicamente modificato che mi renda in qualche modo la vita meno noiosa. Eppure nonostante gli sforzi, morsi a parte, di super poteri neanche l’ombra. Nessun  bambino fatato è venuto a cercare la sua ombra in camera mia e portarmi con se sulla sua isola. E sempre nessun bambino mi ha guardata dritta negli occhi dicendomi “vedo la gente morta”. Ciò ne deriva che io sono viva e questa vita noiosa è incredibilmente reale. Alle volte guardo la grassa vita del mio gatto e la scopro più interessante della mia. Considerando il fatto che il 75% della sua è costituita dal dormire su un’infinità di superfici in pose discutibilmente imbarazzanti.

Dopo dieci anni di cui quatto di convivenza, lui ha deciso di lasciarmi per quell’altra.
Era un po’ che non andava, lui non mi toccava neanche più. Non mi parlava, non si condividevano più le cose importanti. Non ci si amava. E mentre io cercavo di trovare un qualche dialogo per riuscire a parlare di questi problemi e ritrovarci, lui ha preferito tenersi tutto dentro, gettare nello scarico la nostra storia e sbattersi la mia migliore amica. Effettivamente un cliché. Nonostante questo mi abbia ferita, abbia perso l’amore e l’amicizia, non mi sento di addossare tutta la colpa a lui. Perché purtroppo quando una storia si inclina e finisce, a mio parere le colpe ci sono da entrambe le parti e bisogna farsi un bell’esame di coscienza e capire da soli il perché di quanto successo, in modo che in futuro uno non ricommetta l’errore. Il mio spirito positivo, che si è fatto vivo diverse bottiglie di vodka più tardi, mi ha rassicurata che da questa storia ne sarei uscita più forte, che avrei trovato un ragazzo migliore, più affidabile, bello, gentile, che con un po’ di impegno sarebbe stato il vero amore e assieme saremmo convolati verso il nostro “per sempre felici e contenti”. E sì io nel lieto fine ci credo. La vita è così crudele e giorno dopo giorno ci ritroviamo a buttare giù boccone dopo boccone, verità scomode, delusioni, amarezza per cosa? Il lieto fine ce lo meritiamo. E io sono sicura che impegnandomi lo avrò, perché la testardaggine bisogna saperla prendere se si tratta di una peculiarità altrui, ma se la cosa ti appartiene, ti fa raggiungere con sicurezza i tuoi obbiettivi.

Mentre l’amore mi stava sfuggendo di mano, cercavo in qualche modo di recuperare le mie vecchie amicizie. Come una stupida mi ero buttata a capofitto in quella storia, dandogli il 100% dello spazio, sacrificando tutto il resto. Non uscivo più, per la me stessa che ero prima di conoscerlo non c’era mai tempo. L’unica cosa che mi ero tenuta stretta erano i libri ma al resto, piano piano vi ho rinunciato. Anche per gli amici avevo sempre una scusa e alla fine mi sono ritrovata “imbruttita” e abbandonata.
Questa storia mi ha sicuramente insegnato che se una persona ti porta a rinunciare a te stessa, alle tue passioni. Quando ti ritrovi a mettere avanti a te le necessità sempre ed esclusivamente dell’altro, allora no quello non è amore è solo sacrificio che ti porterà inevitabilmente alla fine della relazione. Perché se ci pensi annientandoti, niente spinge l’altra persona nel continuare ad amarti, quando tu per prima rinunci a te stessa il sentimento che vi lega va a dissolversi.

Alcuni anni dopo…

 

Marta si è voluta bene in questi anni. E sebbene la sua vita abbia ancora alti e bassi ha imparato a non rinunciare a quello che per lei è importante. Non ha tanti amici, ma ha quelli che contano, che ti dimostrano rispetto e sincerità. E’ riuscita a trovarsi un monolocale e anche se il lavoro è instabile con qualche sacrificio riesce a mantenere un discreto stile di vita. Sta uscendo con un ragazzo, un biondino niente male ma se sia amore o lo sarà, è ancora presto per dirlo. La vita può assumere ogni tipo di forma, può essere tondeggiante o spigolosa ma la cosa importante è il riuscire ad affrontarla e assaporarla così come viene.